Un viaggio nel gioco prima che nel risultato: la storia recente di Matteo Berrettini, tra infortuni, panchine azzurre e un’idea semplice ma radicale del tennis che ribalta la pressione.
C’è una scena che resta
Berrettini in panchina a Malaga, cappellino basso, occhi vigili. L’Italia vince la Coppa Davis 2023 dopo 47 anni. Lui non è in campo, ma l’abbraccio ai compagni dice tutto. Lì capisci che la squadra non è solo un tabellino. È un ambiente che ti rimette al centro, anche quando il polso o la caviglia ti ricordano i limiti.
Un giocatore di successo
Parliamo di uno che ha raggiunto la finale di Wimbledon 2021. Uno che ha toccato la posizione n. 6 del ranking ATP (fonte: ATP Tour). Uno che ha costruito una carriera sull’equilibrio di potenza e misura: servizio pesante, dritto elastico, piedi rapidi per la sua stazza. Eppure, tra il 2022 e il 2024, ha dovuto convivere con stop frequenti. Chi segue il circuito lo sa: il calendario logora. Gli strappi minimi diventano montagne. La fiducia si consuma nei corridoi delle cliniche, non negli spogliatoi.
Il ruolo della Davis
È in quel contesto che la Davis cambia il quadro. La vittoria non è solo un trofeo. È un promemoria: il gruppo ti alleggerisce. La pressione si diluisce nella routine condivisa. Lo staff ti parla in modo diverso. I compagni ti tengono vivo anche quando non giochi. E qui, a metà strada tra fisioterapia e adrenalina, Berrettini fa scattare la sua frase-guida: “Salute fisica e mentale sono collegate. La Davis dimostra che i risultati arrivano se mi godo quello che faccio.”
Non solo uno slogan
Detta così sembra uno slogan. Non lo è. La letteratura sportiva sostiene il nesso. Il Comitato Olimpico Internazionale ha pubblicato linee guida sulla salute mentale degli atleti d’élite, con evidenze su stress, sonno e performance (CIO, Consensus Statements). L’APA conferma: motivazione intrinseca e percezione di controllo migliorano la prestazione. Tradotto: se ti alleni solo per scacciare la paura, il corpo irrigidisce. Se ristabilisci il piacere del gesto, il sistema reagisce meglio.
Un esempio concreto
Nel caso di Berrettini la sua “firma” è chiara: servizio esterno da destra, dritto in avanzamento. Quando rincorre il punteggio, forza. Quando ritrova il ritmo, anticipa e respira. Lavorare sul “divertimento” significa programmare sessioni con obiettivi semplici e stimoli variabili: giochi a tema, punteggi breddi, micro-sfide in coppia con il coach. Mean detail: inserire momenti di “reset” tra i punti, 6-8 secondi di rituale coerente. Il corpo scarica, la mente apre spazio.
Una strategia di benessere
Non è una ricetta magica. È una strategia di benessere. In Davis la si vede a occhio nudo: la panchina azzurra è un amplificatore emotivo. Sinner corre verso i compagni, Bolelli e Sonego si caricano con il pubblico, Berrettini fa da ponte. Il contesto costruisce fiducia. La fiducia riduce il rumore interno. Il gioco esce più pulito.
La filosofia Berrettini
Chi allena ragazzi lo riconosce. Se l’unico traguardo è il ranking under, l’allenamento diventa un esame. Se invece introduci piccoli traguardi di qualità (percentuale di prime in zone, variazioni di rotazione, tempo di recupero tra scambi), l’attenzione si posa sul gesto. È qui che la “filosofia Berrettini” ha senso: tornare al perché. Godersi il tennis non è frivolo. È funzionale.
Accettare i tempi del corpo
C’è un ultimo punto, forse il più adulto: accettare i tempi del corpo. Gli infortuni non sono una colpa. Sono un dato. Lavori sulla resilienza, costruisci carichi progressivi, proteggi il sonno. E quando il fisico dà il via libera, lo usi per liberare la testa. Non il contrario.
La lezione della Davis
La lezione della Davis, allora, non è un ricordo da cornice. È un metodo per i giorni normali. Ti chiedi: oggi posso trovare dieci minuti in cui il gesto mi diverte davvero? Se la risposta è sì, magari il punteggio arriva dopo. E forse, proprio per questo, arriva meglio.

