Coppa Davis, cosa funziona e cosa no: analisi e pareri
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L’edizione numero 110 della Coppa Davis, che ha visto il Canada trionfare per la prima volta nella sua storia, non è stata risparmiata dalle critiche. Dal controverso ripescaggio dalle compagine nordamericana a coloro che sono contrari al nuovo format: vi proponiamo un serie di analisi e pareri eccellenti al riguardo.

Coppa Davis, cosa non va

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Foto Roberto Dell’Olivo

Iniziamo dal dato più evidente: il risultato maturato quest’anno è indiscutibilmente “anomalo”. Non solo per il Canada, che mai aveva vinto la Coppa Davis prima di ieri. Ma anche per la competizione in sé, perché gli uomini di Dancevic hanno conquistato il trofeo in qualità di ripescati al posto della Russia (esclusa da tutti gli eventi internazionali per l’invasione dell’Ucraina).

Ebbene, anomalo non vuol dire irregolare o scorretto. Su questo siamo tutti d’accordo. Quello che è discutibile, però, è che Felix Auger-Aliassime e Denis Shapovalov si siano trovati a vincere una manifestazione che avevano in precedenza snobbato, visto che durante le fasi preliminari avevano preferito starsene a casa nonostante non fossero affetti da alcun infortunio. Con quale criterio meritocratico è stata assegnata la “Wild card”? Chi ci riesce a dire qualcosa in più rispetto all’ITF batta un colpo.

Poi ci sono da trattare diversi altri aspetti. Il primo lo ha evidenziato il capitano dell’Australia Lleyton Hewitt e fa riferimento alla partecipazione dei doppisti:

“Il nuovo format? Tutti conoscono già i miei sentimenti al riguardo. Vedendo cosa è successo questa settimana, mi dispiace per quello che è successo con la coppia olandese, per esempio. Uno dei migliori al mondo non ha potuto partecipare. Sono venuti dopo aver fatto un ottimo lavoro in precedenza e nelle cosiddette “finali” non sono stati in grado di giocare. Il concetto della competizione è sbagliato e nessuno ascolta. Abbiamo solo messo delle toppe, non vere soluzioni ai problemi della Davis. Penso al mio tempo, andando con uno dei migliori doppi accoppiamenti come i ‘Woodies’ e non potendo giocare un solo punto. Questo non è giusto”.

Una critica più generale, ma ugualmente aspra, è stata mossa dagli ex tennisti azzurri Paolo Bertolucci e Corrado Barazzutti, protagonisti dell’unico successo azzurro nel 1976. Entrambi hanno attaccato l’eccessivo snellimento della formula tradizionale.

“Ho le lacrime agli occhi nel vedere come hanno massacrato una competizione che necessitava solo di qualche correzione! Di bello ha solo il nome”, ha detto Paolo Bertolucci. “In termini di organizzazione dovranno prepararsi a fare delle piccole modifiche. La Davis si merita un format migliore e più rispetto per i giocatori, che vanno messi nelle condizioni migliori per scendere in campo”, gli ha fatto eco l’ex capitano della compagine nostrana.

Critiche abbastanza esplicite al nuovo formato sono arrivate anche dall’altro grande protagonista della spedizione trionfale del ’76, ovvero Adriano Panatta. Il settantaduenne romano, durante le sue telecronache per la RAI, ha più volte ironicamente definito la competizione “Coppa Piqué”, riferendosi all’ex calciatore del Barcellona e della nazionale spagnola che ha acquistato i diritti del torneo e lo ha modificato secondo la propria logica. Una logica che, non ce ne voglia il buon Gerard, anche noi stentiamo a comprendere. Forse perché il tennis è un altro sport…

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