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Atp e Wta, una programmazione assurda che distrugge i giocatori. E sarà sempre peggio
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Grigor Dimitrov, Hubert Hurkacz, Madison Keys, Anna Kalinskaya ed Alex De Minaur: è la lista dei giocatori illustri che sono stati costretti a ritirarsi dal torneo di Wimbledon per infortunio. Particolare il caso dell’australiano numero 6 al mondo, il quale ha annunciato il forfait al match valido per i quarti senza nemmeno scendere in campo: problema all’anca e fine della corsa sul prato verde londinese.

Sfortuna? Può darsi, in qualche caso. Quel che è certo, però, è che il mondo del tennis sta assistendo a una serie infinita di acciacchi ed è giusto avanzare una riflessione, partendo da un assunto che riteniamo inconfutabile: si gioca troppo.

Tennis, si gioca troppo: la voce dei protagonisti

Si gioca troppo e chi meglio dei protagonisti dei circuiti Atp e Wta può esserne testimone? Carlos Alcaraz, ad esempio, qualche tempo fa non ha usato giri di parole per esprimere la sua opinione circa il fittissimo programma di impegni che ogni anno si allunga sempre di più: “Il calendario ATP sta diventando troppo esigente. Se inizi la tua stagione con il primo torneo dell’anno, parti già il 25 o 26 dicembre. E non finisci fino all’inizio di dicembre dell’anno successivo. Quasi un anno di tornei e viaggi senza sosta. È troppo! Non so se c’è una soluzione, forse sarebbe meglio non rendere così tanti tornei obbligatori. Ne va della salute degli atleti, che devono giocare al massimo livello per così tanto tempo, torneo dopo torneo. Penso che dobbiamo cambiare questo”.

Chiaro il riferimento del fenomeno murciano al fatto che i primi 30 giocatori della classifica mondiale sono obbligati – per regolamento – a partecipare a 4 Slam, a 8 dei 9 Masters 1000, a 2 o 3 ATP 500 e a 1 o 2 ATP 250. Insomma, una sfilza durissima di impegni da incastrare tra allenamenti, richiami di preparazione e tutto ciò che riguarda collateralmente la vita di un tennista professionista.

Lo sanno bene Jannik Sinner e gli altri top del circuito maschile. E non va meglio alle donne, come ha recentemente testimoniato Elena Rybakina. La campionessa di Wimbledon 2023 è più che d’accordo con il concetto espresso dal giovane collega iberico e ci ha tenuto a soffermarsi sulla recente estensione della durata da 7 a 10 giorni di alcuni tornei 1000: “Fin che i tornei lunghi erano Indian Wells e Miami andava bene, poi però dopo Madrid e Roma c’è il Roland Garros, un grande evento dietro l’altro. Abbiamo troppi di tornei che sono obbligatori e, con le nuove regole, non puoi realmente scegliere dove giocare. Sarebbe giusto che tutti potessero scegliere dove giocare: se vuoi giocare giochi, se non vuoi giocare non giochi. Oggi però non funziona così, penso che il tour abbia molto da migliorare e ne ho parlato spesso lo scorso anno. Non ho più molta energia per combattere ed esprimere a voce alta la mia opinione. Mi attengo alle regole e cerco di fare il meglio con quello che ho a disposizione”.

Praticamente rassegnata la forte tennista kazaka. E in effetti, ben comprendiamo la sua posizione dal momento che è da almeno quattro anni che si parla di calendario e mai si trova una soluzione – o meglio, mai le istituzioni si sono mosse – per venire incontro ai giocatori.

D’altronde, tuttavia, c’è da dire anche che gli stessi giocatori non sono degli stinchi di santo: in molti, infatti, nonostante si lamentino, accettano di giocare ricchi tornei di esibizione sia in off-season ma anche a cavallo dei tornei ufficiali, talvolta addirittura snobbando questi ultimi. Un aspetto che ha voluto sottolineare Andy Murray qualche mese fa: “Penso che a volte i tennisti siano un po’ ipocriti. Dicono che la stagione è troppo lunga, poi volano in tutto il mondo per giocare le esibizioni, ed è una loro scelta. Non sono obbligati a giocarle. E non sono obbligati nemmeno a giocare tutti i tornei ATP, in alcuni casi. Ok, saltare alcuni tornei può danneggiare la classifica, però possono comunque farlo. Mi piacerebbe una off-season più lunga e non vieterei le esibizioni, però chiederei ai giocatori di essere più attenti quando parlano del calendario e poi giocano tante esibizioni. Adesso ce ne sono anche in mezzo alla stagione”.

Insomma, la questione è complicata e nemmeno tra tennisti sembrerebbe esserci grande coesione. Forse, come spesso capita, la giusta soluzione starebbe nel mezzo: ovvero nell’usare il buon senso da una parte e dall’altra. Utopia o traguardo effettivamente raggiungibile?

Per quanto ci riguarda, noi tendiamo sempre ad essere degli inguaribili ottimisti. E dunque ci auspichiamo che, terminata questa fase di espansione, il mondo del tennis possa attestarsi a livelli umani di programmazione. Dal profondo, però, ci viene da affermare amaramente: sarà sempre peggio. È successo nel calcio, dove nell’ultimo decennio si è assistito alla nascita di svariate nuove competizioni, tanto che un giocatore può arrivare ad oltre 70 presenze stagionali; sta succedendo nella Formula 1, dove il calendario è passato dai 16 eventi degli anni 2000 ai 24 eventi del campionato corrente (e si vocifera di una possibile estensione a quota 30); succede praticamente ovunque, dove cominciano a girare somme di danaro estremamente alte. E il tennis, che da un quinquennio a questa parta sta crescendo a dismisura, non fa eccezione.

Per cui, si presti grande attenzione all’inserimento dell’Arabia Saudita (PIF). Probabilmente siamo solo all’inizio di un processo che renderà quello degli infortuni soltanto uno dei tanti temi controversi da affrontare.

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