Una valigia leggera, una racchetta ben incordata, il coraggio dei 19 anni. Quando un talento sceglie la strada più ripida, il rumore non arriva dagli applausi: viene dal silenzio delle decisioni definitive.
Nel tennis di oggi
Il confine tra aula e campo è sempre più sottile. I programmi NCAA formano atleti completi, ma il richiamo del circuito è forte. All’Università della Virginia si respira tradizione: i Cavaliers hanno costruito una macchina vincente, con titoli NCAA recenti (2022 e 2023; fonte: Virginia Sports e NCAA). Non è un caso se da Charlottesville sono passati nomi poi saliti nel professionismo, come Brandon Nakashima, che lasciò UVA dopo un semestre e nel 2022 vinse le Next Gen ATP Finals (fonte: ATP Tour).
Per chi cresce in Spagna
La normalità è diversa. Campi in terra, tornei ogni settimana, un’educazione alla resilienza. È l’aria che respira anche Jodar. Un giovane spagnolo, 19 anni, determinato. Nel college ha trovato struttura, compagni, ritmi duri. Ma la bussola punta altrove. E qui la storia cambia passo.
Perché lasciare adesso
Il punto non è un capriccio. È una finestra: a 19 anni, il tennis professionistico ti chiede minuti in campo, non crediti in bacheca. La crescita passa dai tornei ITF e dagli ATP Challenger, dove il livello è alto e il margine d’errore è corto. Il calendario si decide con il ranking in mano, non con l’orario delle lezioni. La scelta di Jodar arriva dopo quattro mesi a UVA. È un segnale netto: priorità alla pista, subito.
Questo non sminuisce il college
Anzi. Chi esce da un programma come quello di Virginia porta con sé disciplina, lavoro sul dettaglio, abitudine alla pressione. Basti pensare a Thai-Son Kwiatkowski, campione NCAA 2017, o a Treat Huey, top 20 di doppio: percorsi diversi, stessa matrice (fonti: NCAA; ATP). Il college è un acceleratore. Ma non è universale. Per alcuni il passaggio diretto al pro resta la migliore palestra.
Cosa lo aspetta nel Tour
Le prime tappe sono quasi sempre nel World Tennis Tour ITF. Tornei da 15 o 25 mila dollari. Premi modesti, pochi punti ATP, tanta sostanza. Settimane lontano da casa, coach condivisi, allenamenti tra un volo e l’altro. Poi i Challenger: tabelloni duri, giocatori esperti, partite che definiscono il ritmo della stagione. Due vittorie al momento giusto valgono più di mesi di allenamento perfetto. È così che si costruisce una classifica. È così che si entra davvero nel tour maggiore.
Non abbiamo ancora un calendario ufficiale
Del suo debutto né dettagli su team e base d’allenamento. Se arriveranno conferme da federazione o staff, lo diremo. Per ora c’è una decisione pubblica, chiara: Jodar lascia la Università della Virginia per dedicarsi al tennis a tempo pieno. È la mossa che separa il talento dalla carriera. E chiede una nuova consapevolezza: gestire il corpo, la mente, i costi; scegliere superfici, periodi di carico, finestre di punti. Qui non ci sono corsi opzionali. Ogni settimana è un esame.
Un ultimo pensiero
Nel tennis la maturità non ha un’età, ha un momento. Alcuni lo sentono a 22 anni, altri prima. Jodar lo sente adesso. La domanda allora non è se sia presto o tardi. È più semplice e, insieme, più radicale: che cosa diventa un gioco quando smette di essere un piano B e diventa la tua unica strada? La risposta, da domani, è tutta sulla racchetta. E sul primo tabellone che lo aspetta. Se volete riconoscerla, cercate quella scritta in grassetto: carriera da pro.






