martedì, settembre 29

Monica Puig e Dominika Cibulkova: se esiste un Dio del Tennis le porti sullo stesso cammino

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Quando il 27 settembre 1993 a San Juan (Porto Rico) Monica vedeva la sua prima luce, era da poco terminata l’edizione numero 112 degli US Open in cui aveva trionfato Steffi Graf, che così andava a mettere nella sua bacheca il quindicesimo Grande Slam, il terzo in terra statunitense. Dall’altra parte del mondo una giovane bambina di nome Dominika, a Bratislava, muoveva i suoi primi passi verso una storia di sforzi e sacrifici che le porteranno a ‘’risultati che non avrei mai sognato”. Certo la strada sarà faticosa ed impervia per entrambe le tenniste che hanno raggiunto l’apice del successo nello stesso anno, il 2016, per poi, progressivamente, sottrarsi alle luci della ribalta: in termini di risultati sportivi per la slovacca, mentre la portoricana ha dovuto fare i conti con il buio che ha minato il suo stato d’animo.

Quella di Dominika Cibulokva è stata una strada sempre in salita, a partire dalla lotta ai giudizi e ai pregiudizi sulla sua altezza (161cm), sulle sue capacità e sul suo servizio. Una carriera sudata, fatta di vittorie guadagnate e combattute in ogni centimetro del campo. Vederla esultare con il suo ‘Pome’ era uno spettacolo per gli amanti di questo sport, uno schiaffo per le sue avversarie, alle quali, per questo motivo, non sarà molto simpatica.

Una giocatrice mai vittima sacrificale e sempre combattiva: la determinazione mentale, che le permetterà di incanalare la rabbia nel modo giusto, sarà il suo punto di forza. Pocket Rocket inizierà il suo percorso nel circuito ITF nel 2004, rivelando fin da subito le sue qualità: fondamentali molto equilibrati per via della sua statura ridotta che, se da un lato la penalizza al servizio, dall’altro le garantisce un’eccellente mobilità. L’esordio in WTA arriverà nel 2006, categoria nella quale, inizialmente, avrà un rendimento di alti e bassi. Poi nel 2008 e in particolare nel 2009, la svolta decisiva: prima semifinale Slam, raggiunta sulla terra rossa del Roland Garros.

La tennista però, anche a causa di qualche infortunio, dovrà ancora attendere prima di spiccare il volo. Infatti, il primo titolo WTA arriverà nell’ottobre 2011 quando a Mosca la Cibulkova batte Kaia Kanepi in tre set nella finale della sedicesima edizione della Kremlin Cup. Si procederà di un titolo all’anno tra il 2012 e il 2014. In quest’ultima stagione centrerà anche la prima finale Slam agli Australian Open. Durante queste annate, la slovacca avrà il merito di essere una spina nel fianco di avversarie di massimo livello: si pensi che questi saranno gli anni d’oro delle sorelle Williams, della Azarenka e di Maria Sharapova. Nel 2015 la tennista tascabile si imporrà a grandi livelli, nel 2016 arriverà la consacrazione: i tre tornei vinti e il trionfo alle WTA Finals di Singapore iscriveranno di diritto Dominika nella storia del tennis. Nel 2017 la campionessa continuerà a livelli discreti, ma non raggiungerà mai più gli standard degli anni precedenti. L’ultimo ‘acuto’ a Wimbledon 2018 quando, convinta di aver subito un’ingiustizia per l’estromissione dalle teste di serie, disputerà un grande torneo, arrendendosi solo ai quarti di finale alla giovane Ostapenko. Di lì in poi la sua stella si eclisserà poco a poco, fino al ritiro dal tennis professionistico nel 2019, alla sola età di 30 anni, per dedicarsi alla vita matrimoniale e, da un mese a questa parte, a quella di mamma.

Molto diversa invece è la parabola di Monica Puig, che pure è entrata nell’élite del tennis e che ancora tanto può dare. Una tennista compatta, difficile da affrontare ma che presenta anche qualche difficoltà ad affrontare sé stessa. Il debutto tra le professioniste le regala 6 titoli ITF e buoni risultati in WTA, facendosi notare a Wimbledon 2013 dove raggiungerà gli ottavi di finale. Poi molti bassi e pochi alti (nel 2014 arriva il primo titolo WTA) fino al 2016, anno che stravolgerà la vita di “Pica”. La portoricana, in questa stagione, raggiungerà l’apice in maniera repentina: a 23 anni, dopo aver battuto consecutivamente Hercog, Pavlyuchenkova, Muguruza, Siegemund e Kvitova, si imporrà in finale su Angelique Kerber alle Olimpiadi di Rio 2016. Il trionfo in terra brasiliana è avvenuto qualche mese dopo che la portoricana era stata fermata sul più bello, in semifinale, proprio da Dominika Cibulkova a Eastbourne, uno dei tornei che lanceranno l’allora ventitreenne verso il grande successo. Una vittoria clamorosa e romantica visto che Monica da professionista annovera nella sua bacheca un solo titolo WTA, quello vinto a Strasburgo nel 2014.

L’oro olimpico, però, farà scattare qualche strano meccanismo nella mente di quella che in patria era ormai diventata un’eroina nazionale. Una boccata d’aria per un popolo fiaccato dalla crisi finanziaria e alla ricerca di un riscatto sociale, di cui la Puig diventerà, per qualche tempo, il simbolo indiscusso. Il passaggio da eroina nazionale alla ‘perdita della presenza’ avverrà in un attimo.

Le aspettative riguardo le sue prestazioni saranno tanto alte, le possibilità di godersi il momento molto poche. La disgregazione psicologia verrà subito affiancata da una serie di risultati negativi, di lì in avanti una presa di consapevolezza: la depressione, causata dalla difficoltà di sostenere la pressione e gestire il successo. Il passaggio dall’euforia alla confusione non le aveva consentito di rendersi conto del suo infortunio al gomito che non curerà adeguatamente fino al momento in cui, recatasi da uno specialista a New York, Monica si rassegnerà all’operazione chirurgica. La convalescenza le offrirà del tempo per riflettere e la campionessa olimpionica sembrerà rimettersi in sesto, ritrovando la voglia di giocare ma non ancora i risultati. Dopo una seconda parte di 2019 e di inizio 2020 ancora non all’altezza, e dopo lo stop dovuto alla pandemia di coronavirus, sarebbe bello assistere al riscatto di un astro nascente che stava per spegnersi.

Le due tenniste sul campo da gioco si sono incrociate una sola volta, come si diceva, a Eastbourne il 24 giugno 2016. In uno Sliding Doors che nello stesso anno le ha portate sul tetto del mondo. Le due ancora non sapevano di essere accomunate dallo stesso destino. Un destino fatale che le condurrà tanto in alto, talmente da essere pericoloso. Infatti, il successo suggerirà alla slovacca di “dire basta” per raggiunto appagamento, dopo anni a rincorrere titoli, ranking e palline, mentre inghiottirà la giovane portoricana in una nuvola di fumo nero dalla quale, per il suo bene e per il bene del tennis, ci si augura possa presto uscire.

In una visione romantica di questo sport, sarebbe bello che i due destini tornassero a incrociarsi. Sul campo Monica con il suo straordinario talento e con quelle caratteristiche che fanno di lei una tennista compatta e completa. Sugli spalti Dominika, in qualità di coach o motivatore, dato che in quanto forza di volontà e perseveranza avrebbe da offrire una grande contributo ad una ancora giovane tennista in cerca di sicurezze.

Se esiste un Dio del Tennis che faccia convergere le loro vite, rimettendole sullo stesso cammino. Dopotutto, Monica è già sulla strada giusta: “Arrendersi significa rinunciare a tutto”.


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