La parabola di Marin Cilic, il gigante che non sa più vincere (e che merita un finale migliore)

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La storia di Marin Cilic da Međugorje, ‘Chila’ per amici e parenti, è una di quelle da ripercorrere tutta d’un fiato, che però purtroppo lasciano l’amaro in bocca. Non solo perché il tennista croato a 33 anni si avvicina al viale del tramonto, ma soprattutto perché lo fa senza quel sorriso che ha contraddistinto gran parte della sua carriera.

Cilic non sa più vincere

Diciotto stagioni di attività, con il livello più alto toccato tra il 2013 e il 2018: trionfo agli Us Open, Top 3 e Coppa Davis con la Croazia. Servizio e dritto la sua specialità a spazzare via le speranze altrui. Oltre la forza anche tanta classe, dispensata progressivamente sempre meglio. Ad un certo punto si è pensato che potesse mettere a rischio il dominio dei Fab Four.

Poi, dal 2019 ad oggi, praticamente il buio. Mesi e mesi di black out, tornei su tornei ‘buttati’, sconfitta dopo sconfitta, un doppio fallo alla volta, uno sguardo triste dopo l’altro. Quei 198 centimetri di altezza non riescono più a sfoderare potenza e precisione, gli occhi non mirano più in maniera convinta, la mente non riesce a mantenere l’equilibrio. Un passaggio a vuoto che dura ormai da due anni. Viene da far riferimento alla mitologia greca.

La mitologia greca, Cilic come Anteo

Anteo fu un Gigante figlio di Poseidone e della Madre Terra. Non era un avversario facile da battere; viveva in Libia presso una grotta ai piedi di un picco roccioso, dove si nutriva di carne di leone e dormiva sulla nuda terra per conservare e aumentare la sua potenza colossale. Costringeva gli stranieri a lottare con lui finché erano esausti, e poi li uccideva. Non soltanto era abile e forte, ma possedeva una caratteristica unica: la terra era la sua forza (ma anche la sua maledizione!). Un’arma letale a doppio taglio. Infatti, se i suoi piedi restavano attaccati al suolo era invincibile, mentre se il contatto con la propria genitrice veniva a mancare egli diventava estremamente vulnerabile. Per tale motivo non fece parte dell’assalto all’Olimpo.

Come un break point

Così come Anteo, il tennista ha sempre costretto gli avversari alla battaglia, più volte sfinendoli, sfruttando la potenza e la prestanza fisica che la natura gli ha donato. Traiettorie disegnate, palline scoppiate, e corpo maestoso all’interno del rettangolo di gioco. Questo è stato Cilic per tanto tempo. Tuttavia sul più bello l’incantesimo si è spezzato. Un break point perso a vantaggio del destino ha invertito la rotta della sua carriera. Come se la vita volesse rendergli il conto di aver immaginato un regno tutto suo.

Il croato, come il personaggio mitologico, ha conosciuto la propria vulnerabilità dopo che i suoi piedi hanno lasciato terra per spiccare il volo, direzione Olimpo del tennis. La forza mentale è venuta meno, quella fisica e la convinzione pure. Il sorriso si è spento e conseguentemente il suo spirito.

La storia di Cilic merita un finale migliore

Tra le tante, le ultime due sfide perse contro Chardy (a Melbourne con 5 match point sprecati) e Dimitrov (in tre set al primo turno degli Australian Open) sono l’emblema di una lucidità che non c’è più e sintomo di una situazione sportivamente drammatica. Chila non riesce a ritrovarsi con se stesso.

Oggi, ad anni luce dai fasti di un tempo, Cilic guarda l’Olimpo da lontano tra un pensiero a Međugorje e l’altro ai prossimi impegni. È consapevole che lasciarsi tutto alle spalle potrebbe essere la soluzione migliore. Ha toccato il punto più basso della sua straordinaria carriera, ma è proprio nelle difficoltà che, solitamente, si vedono i campioni. Forse, un lieto fine è ancora possibile. Nessuna speranza è perduta: Marin non può, come Anteo, essere condannato all’inferno.

La mitologia greca non è la realtà, mentre la storia si è sempre in tempo per scriverla.

Quella di Marin Cilic merita un finale migliore.

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