Nel (quasi) trionfo della strana coppia Isner-Schwartzman l’essenza del tennis

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Due metri e dieci uno, un metro e settanta (scarso) l’altro. Cinquanta di piede uno, quaranta l’altro. Uno viene dal Carolina del Nord, profonda provincia americana, l’altro dai sobborghi di Buenos Aires.

Presbiteriano il primo, ebreo il secondo. Uno cresciuto a pane e football americano, l’altro che prende il nome da Diego Armando Maradona. Uno che sviluppa il gioco al college, l’altro che a 15 anni lascia casa e comincia a girare il mondo da solo in cerca di fortuna.

John Isner e Diego Schwartzman sono quanto di più differente il genere umano possa immaginare. Eppure hanno una cosa che li accomuna e che li fa sembrare così simili: il tennis. E anche una carriera che fino a questo punto quasi si sovrappone. Best ranking alla numero 8 per entrambi, costantemente a ridosso dei migliori, ma mai in grado di arrivare fino in fondo in uno Slam.

Dopo anni di ammiccamenti, i due gemelli diversi del tennis si sono finalmente trovati. Sui campi rossi e intrisi di storia del Foro Italico. “Ci volevamo provare da tempo, quest’anno gli ho scritto e ci siamo detti: perché no?”, ha rivelato Long John.

E così, quasi per scherzo, eccoli in campo in doppio. In poco tempo, però, diventano gli idoli del Foro e macinano successi, fino ad arrivare alla finale, sul Pietrangeli che li acclama, contro gli specialisti croati Metkic e Pavic. Vinceranno loro, ma solo al termine di un tiratissimo super tie-break, che fa entrare ancora di più Isner e Schwartzman nel cuore dei tifosi italiani.

Resta e resterà la straordinaria cavalcata. E quelle foto, in cui il pennellone americano e il folletto argentino si scambiano il cinque in mezzo al campo. Molto più che un’immagine, un simbolo. Il simbolo che ci dice, in maniera così plastica, che in fondo sul rettangolo di gioco siamo tutti uguali. E che tutti hanno diritto a coltivare i propri sogni. Soprattutto nel tennis.

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