Long John Isner e “quell’angolo di paradiso” che ancora resiste

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Quando John Isner metteva piede per la prima volta su un campo di tennis, da giocatore professionista, era appena iniziata la seconda guerra del golfo, Roddick comandava il ranking mondiale e Carlos Alcaraz Garfia si apprestava a venire alla luce.

Oggi, il mondo è molto cambiato: Saddam Hussein è stato da tempo giustiziato, Andy si gode la vita da padre, e l’enfant terribile spagnolo si accinge ad entrare in top-100. Ma c’è una cosa che è rimasta sempre uguale: il gigante buono del Circus, a 36 anni, è ancora a calcare i rettangoli di gioco in ogni parte del globo. E poco importa se i risultati non sono più quelli dei periodi d’oro: John è sempre lì e continua a sparare ‘proiettili’, a sperare in qualcosa, in un titolo, in un nuovo primato, in un attimo di pace. E, perché no, in un’uscita di scena trionfale.

LA STORIA DI JOHN ISNER

Long John nasce il 26 aprile 1985 a Greensboro, una città degli USA, capoluogo della contea di Guilford, nello Stato della Carolina del Nord. Inizia a giocare a tennis a nove anni. Per lungo tempo, tuttavia, è indeciso tra la racchetta e il pallone da basket, anche in virtù di un’altezza che molto di più si addice a parquet e canestri. A 15 anni la scelta definitiva: comincia a randellare palline in maniera decisa. Qualche tempo più tardi raggiunge la prima posizione nel ranking nazionale NCAA, diventando il migliore giocatore nel panorama universitario statunitense. Già, perché Isner intraprende l’esperienza da studente, conseguendo una laurea in Scienze della Comunicazione all’età di 22 anni. Dopo aver terminato gli studi, nel 2007 si dedica al professionismo, ottenendo la prima finale ATP (persa proprio contro Roddick), il primo trofeo Challenger e alcuni successi in match del Grande Slam. Di lì, la sua ascesa è inarrestabile: tra il 2010 e il 2019 arrivano 15 titoli nel circuito maggiore (su 28 finali) e l’ingresso in top-10 nel ranking (ottava posizione nel 2018). Un percorso incredibile costruito a suon di ace.

Da un paio di anni non sta ottenendo grandissimi risultati ma, comunque andrà, Isner passerà alla storia come l’uomo dei record.

L’UOMO DEI RECORD

“Stiamo giocando da così tanto tempo che non mi ricordo se sono Isner o Mahut”

Innanzitutto, come dimenticare, il match più lungo della storia del tennis: è il 22 giugno 2010, si gioca il primo turno di Wimbledon. Di fronte, John Isner e Nicolas Mahut. I due entrano in campo pochi minuti dopo le 18. I primi set scorrono velocemente, come di consueto sui campi in erba. Si va sul risultato di due parziali a testa. Sono le 21:03, il match viene sospeso per oscurità. Il quinto set inizia dunque il giorno dopo, 23 giugno, alle 14:07. Non è previsto il tie-break e Isner e Mahut continuano a vincere i loro turni di battuta senza sosta. Giocano da sette ore di fila, arrivando sul punteggio di 59-59, sono le 21:10. Di nuovo il buio, l’arbitro sospende e rimanda tutto al giorno successivo. In ogni caso, il match è già il più lungo nella storia di questo sport, sia per numero di game giocati che per tempo effettivo in campo. In quelle sette ore (più le tre del giorno prima) si sono alternate ben otto squadre di raccattapalle. L’eroico arbitro Mohamed Lahyani, invece, è rimasto impassibile al suo posto nonostante gli avessero offerto un cambio. Tv e commentatori, primo fra tutti il mitico John McEnroe, chiedono che l’incontro venga spostato sul Centrale, ma gli organizzatori non cedono. Si ricomincia dal 59 pari. Si va avanti fino al 68-68, poi Mahut cede e alle 15:48 la partita finisce 70-68, dopo undici ore e cinque minuti di gioco!

Altro record di resistenza: con 6h 36min di durata, il match Kevin Anderson-John Isner a Wimbledon nel 2018 è il terzo più lungo della storia (di qualche minuto più breve rispetto a L. Mayer-J. Souza di Davis nel 2015).

Proprio nella sfida contro Mahut, lo statunitense ha messo a segno un altro record: quello degli ace. Infatti, sono ben 113 le volte in cui ha servito senza lasciare scampo all’avversario.

Un altro straordinario primato riguarda ancora gli ace: sono quasi 13 mila quelli da lui realizzati nel corso della carriera.

Da dottore a ‘matricola’: la scalata. Nel 2007, all’allora ventiduenne e neolaureato Isner fu concesso di partecipare al torneo di Washington tramite una wild card. Era la sua seconda esperienza in una competizione Atp. Lui non deluse nessuno. Clamorosamente raggiunse la finale, ma è il modo in cui lo fece ad essere piuttosto singolare: superò Tim Henman, Benjamin Becker, Wayne Odesnik, Tommy Haas e Gael Monfils, tutti al tie break decisivo.

Ancora oggi, il momento preferito di Long John è proprio quel dentro-fuori in cui si giocano i 7 punti cruciali. E di appendere la racchetta al chiodo proprio non se ne parla.

L’ANGOLO DI PARADISO DI JOHN ISNER

“Mi piace la sensazione che dà una palla colpita alla perfezione. È l’unico attimo di pace”.

Lo affermava, qualche tempo fa, la leggenda Andre Agassi.

Le stesse emozioni, evidentemente, le prova uno come Isner: uno che sa bene come colpire in maniera forte e decisa.

Infatti, ormai sul viale del tramonto, John continua a prendere a pallate il sole affinché resti in alto nel cielo; ad illuminare il suo angolo di paradiso e a regalargli ancora qualche attimo di pace.

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