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“Matteo sta bene, pronto a mettere in campo il 300 per cento”. Intervista a Vincenzo Santopadre, coach di Berrettini
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Manca ormai meno di una settimana all’inizio dello US Open, ultimo Slam del 2022 e snodo cruciale della stagione. Matteo Berrettini, reduce da un prima parte di stagione tra gioie e dolori, si sta preparando al meglio per cercare di compiere un’altra bella cavalcata delle sue, che lo riporterebbe a gran velocità sulla strada verso le Atp Finale di Torino. Al suo fianco, ovviamente, c’è coach Vincenzo Santopadre, colui che lo ha preso per mano all’età di 14 anni e lo ho condotto nell’élite del tennis mondiale.

E proprio il noto allenatore, ex top-100 del ranking professionistico, ci ha concesso una lunga intervista esclusiva in cui ha analizzato il momento dell’azzurro ed affrontato tanti interessanti argomenti.

A tu per tu con Vincenzo Santopadre

berrettini santopadre
Foto Instagram Federtennis

Salve Vincenzo, come procede la preparazione? C’è qualcosa in particolare su cui state lavorando?

“Nella sfortuna dell’eliminazione precoce a Cincinnati, abbiamo approfittato per fare una preparazione un pochino più lunga rispetto alle altre volte. Matteo sta bene fisicamente, e dunque stiamo cercando di mettere dentro un po’ di mole di lavoro. Senza disdegnare la qualità, ci stiamo concentrando sulla quantità, un qualcosa che difficilmente siamo riusciti a fare durante l’anno, visto il calendario fitto e i problemi che si sono susseguiti negli ultimi mesi”.

Come ha vissuto Matteo la doppia eliminazione a Montreal e Cincinnati?

“Sicuramente non è rimasto contento dei risultati. Ma sono state due sconfitte completamente diverse. A Montreal era sottotono sia dal punto di vista fisico che mentale. Aveva delle problematiche, che però ha prontamente risolto. Penso che in Canada sia stata una delle poche partite in cui non si è visto il Matteo che conosciamo. Con Tiafoe a Cincinnati, invece, credo che abbia disputato un buon match. Perdere con lo statunitense non credo sia una tragedia. Ci tengo a sottolineare che Matteo non subiva due sconfitte consecutive al primo turno dal 2018. Questo è un dato che si può leggere in maniera tragica, ma è anche emblematico della caratura del giocatore: quando perde fa notizia. Sarebbe curioso vedere quanti tennisti hanno una statistica simile. Insomma, io penso che Matteo abbia una solidità impressionante”.

Così come è stata impressionante la doppietta Stoccarda-Queen’s al rientro in campo.

“Ecco, in questi caso, due primi turni avrebbero fatto meno clamore. Ma lui ancora una volta ci ha sorpresi. A Stoccarda è stato un successo di determinazione. Sappiamo che quando si rientra da un infortunio non è mai facile. Il livello del suo gioco è andato in crescendo col passare degli incontri, ma non è stato identico a quello che invece ha offerto al Queen’s e che probabilmente avrebbe offerto a Wimbledon. Al Queen’s ha giocato a un livello molto molto alto dall’inizio alla fine. È stata una doppietta stupenda”.

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Foto Atp Tour

Tema Wimbledon: prima la decisione di non assegnare punti, poi il Covid. C’è stato scoramento?

“Purtroppo abbiamo solo potuto prendere atto di alcune cose. Abbiamo preso atto della decisione di non assegnare i punti, nostro malgrado. Perché non credo che fosse la scelta migliore, soprattutto per come è arrivata. Poi abbiamo dovuto prendere atto del Covid. Ma guardando indietro, mi vien da dire: meglio che non siano stati assegnati punti, altrimenti Matteo si sarebbe arrabbiato ancora di più (ride, ndr). È un peccato, comunque, stava molto bene, avrebbe potuto fare un gran torneo. Lo scoramento c’è stato, così come gli strascichi fisici del Covid che hanno reso travagliato il rientro. Io ho solo cercato di rincuorarlo, dicendogli «vabbé, vincerai l’anno prossimo». Io credo che fosse davvero pronto per vincere, quest’anno lo vedevo ancora meglio dell’anno scorso”.

Dal 2020 a New York si gioca su un cemento diverso, secondo alcune osservazioni più lento. Avete notato delle differenze?

“Quest’anno Matteo ancora non ci si è allenato a New York. Ma l’anno scorso, in realtà, i campi ci sono sembrati un pochino più veloci, con la palla che rimbalzava più bassa. Questa è stata la nostra percezione. Però non è detto che le osservazioni siano errate, a volte non tutti i campi sono esattamente uguali. Poi dipende anche dal clima. Intanto ci siamo informati, e ci hanno detto che sono rimasti abbastanza veloci. Ma io credo che sia importante il riscontro del giocatore. E Matteo ha una grande sensibilità, nell’andare in profondità, nell’accorgersi se un campo sia più o meno veloce di un altro. Non tutti hanno la stessa sensibilità, soprattutto se stiamo parlando di un qualcosa di poco evidente”. 

Credete ancora al sogno Finals o c’è rassegnazione?

“Purtroppo Matteo ha saltato tantissimi tornei grossi. Ma non c’è rassegnazione, le speranze sono accese e vive, sapendo che comunque tutto passerà dai risultati. Al momento siamo concentrati sul primo turno degli US Open, per le Finals vedremo. L’unica cosa che possiamo fare è mettere come sempre il 300 per cento in ogni torneo e vedere che succede”.

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Foto Atp Tour

Un altro giocatore che è in lotta per qualificarsi alle Finals è Sinner. Che rapporto hanno Matteo e Jannik?

“Hanno una grande intesa, delle similitudini caratteriali ed anche nella cultura del lavoro. Sono due ragazzi che si stimano e rispettano estremamente. Credo che questa loro complicità possa essere d’aiuto per i giovanissimi, affinché capiscano che due colleghi possono andare d’accordo e che si può vivere una rivalità – chiamiamola così – in senso buono e positivo”. 

Un’ottima notizia in vista della Davis

“Sono due ragazzi forti, c’è la speranza che possano regalarci una grande vittoria in Coppa Davis. È quello che tutti ci auguriamo, sapendo che però non sarà semplice. Perché con la nuova formula i valori delle squadre si assomigliano molto. Insomma, c’è un’impresa da fare, ma abbiamo tutte le carte in regola per farla”.

C’è qualcuno, tra le giovani leve, che le piace particolarmente o che avrebbe piacere di allenare?

“Ho avuto la fortuna di vederne parecchi in questi giorni alla McEnroe Academy, dove si sono svolte delle sessioni di allenamento. Mi sembrano volenterosi e ben seguiti. Ognuno ha delle qualità precise, ma tutti sono inquadrati e ben strutturati. Quello che conosco meglio è Flavio Cobolli, dato che sono amico intimo del padre. Flavio l’ho visto crescere, e non solo tennisticamente. Mi piace e mi piacerebbe allenarlo, ma non posso perché sono impegnato (ride, ndr). Oltre a lui ce ne sono tanti, anche più dietro. Mi viene da pensare ad un altro giocatore che conosco bene, ovvero Matteo Gigante, che secondo me ha delle potenzialità enormi”.

Qual è la formula per farli diventare i Berrettini del futuro?

“Bisogna concedergli il tempo di crescere con equilibrio. Noi italiani, purtroppo, nel nostro essere passionali, tendiamo a perdere un po’ l’equilibrio. Ci esaltiamo quando si vince, ci abbattiamo facilmente dopo una sconfitta. Secondo me, addetti ai lavori ed appassionati dovremmo trasmettergli una cultura sportiva più equilibrata. Credo possa aiutarli parecchio”.

Chiudiamo alla grande: i suoi ricordi più belli da giocatore e da allenatore.

“Per quanto riguarda i primi, ti dico tutte le volte che ho giocato a Roma e in Coppa Davis. Per quanto riguarda i secondi, è difficile scegliere. Matteo ci ha regalato tante belle esperienze. La finale di Wimbledon ha trasmesso emozioni fortissime. Però a me sono rimaste impresse tre o quattro partite molto combattute. Mi viene in mente la vittoria al terzo turno di Wimbledon contro Schwartzman, annullando match point; l’estenuante vittoria ai quarti degli US Open contro Monfils al quinto set; e infine le vittorie sullo stesso Monfils e su Alcaraz agli ultimi Australian Open. Ecco ho un bellissimo ricordo di questi match così lottati”.

A cura di Giuseppe Canetti


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