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Il rientro di Nadal? Più duro del previsto. Le rivelazioni di Carlos Moya
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Rafael Nadal è pronto, quasi un anno dopo, a fare il proprio rientro ufficiale nell’Atp250 di Brisbane. Carlos Moya, allenatore dello spagnolo, in una recente intervista con il sito ufficiale dell’Atp, ha ammesso di aver pensato che il 22 volte campione slam non ce l’avrebbe potuta fare.

Le parole di Carlos

L’ultimo ricordo che abbiamo di Nadal in campo risale all’Australian Open 2023 contro Mackenzie McDonald. Un’agonia, con lo spagnolo a trascinarsi per il campo in balia dei problemi fisici (e, in minor parte, dei colpi dell’avversario).

È passato quasi un anno da quel momento e due operazioni (con successive riabilitazioni). Rafa non ha più giocato un singolo 15 a livello professionistico e il 2024, con tutta probabilità, sarà la sua ultima stagione nel circuito. Un anno che, però, vorrà onorare, tornando competitivo e in azione nei tornei che più gli hanno dato nel corso della sua illustre carriera.

In questo senso, la sessione speciale di allenamenti nelle accademie in Kuwait insieme ad Arthur Fils hanno dato le risposte sperate: Nadal è pronto per partecipare all’Atp250 di Brisbane.

Prima dell’esordio, Moya (il suo attuale coach e punto di riferimento del team) ha rilasciato un’interessante intervista ai microfoni dell’Atp.

Rafa viene da operazioni che necessitano di un riposo completo. Sono state più complicate di quanto ci aspettassimo. Una volta che l’hanno aperto, hanno capito veramente la situazione quale fosse. Non avevano grande idea di quello che ci fosse ed è per questo che i tempi di recupero sono stati molto più lunghi del previsto.

Allo stesso tempo, però, se non si fosse operato non avrebbe mai più potuto mettere piede su un campo da tennis. Ha sempre saputo e sempre detto che il suo sogno è quello di dire addio dal campo.

Dopo l’operazione non l’ho visto per circa un mese e mezzo perché è andato in vacanza con la sua famiglia. Ci siamo iniziati ad allenare alla fine di agosto, con carichi molto blandi: due volte a settimana per venti minuti. È stato un processo molto lento, a volte facevamo passi avanti e altri indietro.

L’inizio è stato difficile perché sembrava non migliorare mai. Solo il contatto costante con i medici e la visione dei test ci hanno fatto capire che quella era la giusta strada da percorrere.

Gradualmente abbiamo aumentato il carico di lavoro e l’intensità, sempre molto attenti a non oltrepassare la soglia del dolore. In tutto il processo siamo stati molto attenti perché dovevamo tenere conto del fisico di un atleta che è professionista da 20 anni.

Piano piano siamo arrivati al risultato di oggi: essere in grado di partire per giocare in Australia”.

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