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Separazione Djokovic-Ivanisevic: la versione del coach
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In una recente intervista con Sasa Ozmo di Tennis Majors e Sportklub, Goran Ivanisevic ha voluto ripercorrere il rapporto professionale con Novak Djokovic e i motivi che hanno portato i due alla separazione gli scorsi giorni.

La versione di Goran

Ivanisevic e Djokovic hanno formato una delle coppie allenatore-giocatore più formidabili della storia del nostro. Un rapporto spesso definito dall’esterno come turbolento tra due personalità forti e al tempo stesso a volte inquiete.

Negli scorsi giorni, attraverso i propri account social, il numero 1 del mondo Djokovic ha annunciato (un po’ a sorpresa per tutti gli appassionati) la separazione ufficiale con il coach croato.

Intervistato nelle scorse ore dal noto giornalista Ozmo, Ivanisevic ha voluto ripercorrere le maggiori tappe del percorso insieme e dato la sua versione sui motivi della separazione.

È stato emozionante, un grande onore e una grande responsabilità. Sono orgoglioso. È stato un viaggio turbolento non per quanto riguarda la nostra collaborazione, ma a causa di tutto quello che è successo.

L’infortunio alla spalla allo US Open 2019, poi tutto quello che è accaduto con il Coronavirus. Novak è una istituzione, il più grande tennista e uno dei più grandi atleti di tutti i tempi. Sarò eternamente grato a Novak, mi ha offerto un’opportunità unica e nessuno potrà mai portarci via i risultati che abbiamo raggiunto.

Sono stati davvero cinque anni difficili e intensi.

Le persone dimenticano il periodo legato al Coronavirus, dimenticano che è stato etichettato come il più grande cattivo del pianeta. Non ci era permesso di entrare in un Paese, poi in un altro… eravamo sempre in una sorta di limbo. Per non parlare del caos accaduto in Australia. Quindi siamo arrivati ​​ad un certo livello di saturazione. In fondo, io mi sono stancato di lui e lui si è stancato di me. In ogni caso, sentivo di non poterlo più aiutare.

La prima volta che ho avuto la sensazione che fossimo vicini alla fine è stata negli Stati Uniti. Wimbledon ha rappresentato un duro colpo: quella sconfitta ha colpito anche me come allenatore. Ovviamente vanno fatti i complimenti a Carlos Alcaraz: alla fine è stato il migliore, ma la partita sarebbe potuta cambiare con uno o due punti.

In America la finale di Cincinnati è stata incredibile; poi la vittoria allo US Open. È in quel momento che ho provato quella sensazione. Era solo questione di stabilire quando.

Le persone descrivevano la nostra relazione come turbolenta, ma non è vero. Novak è così: si è sempre comportato allo stesso modo con me, Marian Vajda o Boris Becker. Il suo modo di comunicare in campo durante una partita non mi ha mai disturbato. Non sentivo la metà delle sue urla.

Ci siamo seduti insieme il giorno dopo la sconfitta subita a Indian Wells. Sono davvero felice di averlo fatto di persona. Dopo tutte le cose affrontate insieme dopo cinque anni, era l’unico modo giusto per chiudere. Non sarebbe stato corretto farlo tramite un messaggio o una telefonata. Abbiamo riso e parlato. Io gli ho detto come mi sentivo e lui ha fatto altrettanto.

Sono stato sempre vicino a lui in questi anni: nel bene o nel male. Novak, quando le telecamere sono spente, riesce ad essere ancora di più se stesso. È una brava persona e ha un grande cuore. Ero pronto anche a morire per lui se fosse stato necessario.

Combatteva contro il mondo intero. Non era facile essere il suo allenatore: tutti lo guardavano come se fosse il cattivo. Molte persone ci hanno comunque offerto il loro sostegno”.

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