E adesso, andate via. Lasciamo (combattere) in pace Naomi Osaka

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20 febbraio 2021, Naomi alzava al cielo il trofeo degli Australian Open, il quarto Slam in carriera, dopo aver annientato in serie Pavlyuchenkova, Garcia, Jabeur, Muguruza, Hsieh, Serena Williams e Brady. Un trionfo che lasciava immaginare una stagione da favola.

Lentamente, però, la fiamma di Naomi Osaka è andata via via spegnendosi sotto i colpi della (de)pressione. Debolezza esternata pubblicamente in quel di Parigi, prima annunciando la sua assenza nelle consuete conferenze stampa e poi illustrando i dettagli di un male superabile (?) ma subdolo. La conseguenza è stata il ritiro dal Roland Garros, risultato negativo che si è aggiunto alle sfortunate parentesi di Miami, Madrid e Roma. Un andazzo che l’ha costretta a prendere una decisione forte (comunicata mezzo social) seppur provvisoria:

“A Parigi mi sono sentita vulnerabile e ansiosa e ho pensato che sarebbe stato meglio evitare le conferenze stampa perché hanno un effetto dannoso sulla salute mentale. Ho momenti d’ansia prima di parlare con i media e trovo stressante la ricerca delle risposte migliori. Mi prenderò un po’ di tempo lontano dal tennis ma, quando sarà il momento giusto, voglio lavorare col circuito per discutere come migliorare le cose per i giocatori, la stampa e i tifosi”.

Parole che nessun amante di questo sport avrebbe voluto sentire, non solo perché senza la nipponica il circuito Wta ha perso parecchio blasone, ma anche perché è impossibile non provare empatia per una ragazza che ha già dimostrato di coltivare valori importanti. E non si sta parlando di sogni, bensì di vita reale.

L’ANTIDIVA

“La quantità di attenzioni che ricevo mi sembra ridicola, nessuno ti prepara per questo”.

Ebbene sì, Naomi è una diva anti-diva. La prima è una veste che le viene fatta indossare dai media, dallo show-business, ma anche le sue stesse vittorie. Il secondo è un ruolo che si è cucita addosso combattendo ogni pregiudizio, ogni luogo comune e ogni barriera sociale. Il movimento Black Lives Matter, di certo, l’ha segnata parecchio.

Osaka, da giovane atleta di successo, si è trasformata repentinamente in simbolo di battaglie sociali. Il tutto nella già frenetica vita da giocatrice professionista. Non è facile sopportare un tale peso, anche se ‘pagato’ a fior di milioni.

UN’ULTERIORE RESPONSABILITÀ

Quindi, qualche giorno fa, la ventitreenne è stata scelta dal Giappone per accendere la fiamma olimpica. Un gesto dai mille sapori e significati per uno sportivo, che la tennista ha compiuto con quel sorriso che in campo, oramai, non c’è più. Già, perché nonostante l’alto valore simbolico, la cerimonia non ha infiammato l’animo della Osaka (anzi…), ancora lontana dal suo miglior gioco e soprattutto dalla serenità necessaria ad esprimerlo.

Un’ulteriore responsabilità che non ha giovato.

E ADESSO ANDATE VIA…

E allora, adesso si potrebbero condurre moltissime analisi, alcune di queste, però, cadrebbero nel ‘ridicolo’ (per dirla alla Osaka) o andrebbero ad alimentare quel buco nero che risucchia da qualche tempo la giapponese. Quest’ultima, probabilmente, desidera essere solo lasciata in pace a combattere. Stavolta per sé stessa. La sofferenza, spesso, è amplificata se fa troppo rumore.

La colpa di tutto ciò? Forse di tutti noi, forse di un male oscuro che è più forte di quel che si potesse pensare.

Sicuramente non di Naomi.

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