Perché la decisione di Londra su tennisti russi e bielorussi è priva di logica

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Tra le personalità pubbliche che più prontamente e più convintamente si sono espresse contro la guerra di Putin in Ucraina ci sono stati alcuni tennisti, russi e bielorussi. Pensiamo ad Andrey Rublev e a Aryna Sabalenka, solo per citarne due. Anche per questo colpisce, in maniera stridente, la decisione dell’establishment britannico di escludere i giocatori delle due nazioni dall’edizione 2022 del torneo di Wimbledon.

Chiariamoci. Nessuno qui mette in dubbio che l’aggressione della Russia di Putin, spelleggiata e appoggiata dalla Bielorussia di Lukashenko, sia un vergognoso attacco contro un Paese sovrano che sta provocando indicibili sofferenze dentro il cuore del popolo ucraino. Non stiamo affatto sostenendo che le sanzioni – non solo economiche – nei confronti di due regimi totalitari e autoritari non siano legittime e giustificate. E non stiamo dicendo che il governo britannico abbia pieno diritto di prendere le decisioni che ha presto.

Sgombrato il campo da equivoci sulla nostra posizione, però, non troviamo davvero alcun motivo valido per cui l’esclusione dei tennisti e delle tenniste russi e bielorussi dal torneo di tennis più importante del mondo possa in qualche modo danneggiare i due regimi. È evidente come gli unici ad essere danneggiati siano gli atleti stessi, la stragrande maggioranza dei quali si è espressa fin dall’inizio contro la guerra.

Decisioni come questa rischiano addirittura di rivelarsi controproducenti, di dare vigore alla narrazione anti-occidentale e fornire benzina alla macchina della propaganda russa. E rischiano anche di togliere da palcoscenici così importanti dei possibili testimonial di pace, che hanno già dimostrato di avere la libertà e il coraggio di dire quello che pensano sui fatti delle ultime settimane. Un autogol evidente, difficile da spiegare con la necessità di penalizzare ed isolare Russia e Bielorussia in ogni ambito sociale e culturale.

Un conto, infatti, è l’esclusione della Russia dalle competizioni sportive internazionali, dai mondiali di calcio a quelli di atletica, dalle Olimpiadi, fino a, perché no, alle competizioni a squadre nel tennis, dalla Coppa Davis all’Atp Cup.

Altra cosa è penalizzare i singoli tennisti, che in un torneo come quello di Wimbledon non gareggiano per il proprio Paese, ma per se stessi e per il pubblico che paga il biglietto per vederli giocare. Il fatto che già da alcune settimane sia stata tolta loro l’indicazione esplicita della nazionalità era già un gesto decisamente sufficiente, ancorché puramente simbolico.

Per questo la decisione di Londra, oltre che non condivisibile, non sembra davvero supportata da alcuna logica. Ed è per questo che, sinceramente, ci auguriamo – pur ribadendo tutte le premesse fatte in apertura di articolo – che resti un unicum nel contesto dei tornei internazionali.


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